Un meccanismo molto importante che agisce all’interno dei gruppi è quello che può essere definito come la formazione del capro espiatorio.

Secondo la teoria dei sistemi familiari fondata da Murray Bowen, psichiatra e docente universitario, il capro espiatorio ha una funzione di equilibrio molto delicata, che spesso mantiene come un collante i legami del gruppo.

Ciò che porta alla formazione di questa dinamica è la coalizione di alcune persone nei confronti di un singolo individuo che diventa suo malgrado e, spesso senza consapevolezza, lo schermo sul quale vengono proiettate e scaricate tutte le aggressività, tutti i dissapori, tutti i dissapori e le inadeguatezze presenti nel gruppo.

Il capro espiatorio “designato”, a questo punto, ha poche possibilità di sottrarsi al proprio ruolo poiché egli è funzionale alla sopravvivenza del gruppo stesso.

In famiglia

In una famiglia un figlio che ha difficoltà negli studi, ed è fonte di preoccupazioni dei genitori, può diventare un punto di unione e di dialogo per i genitori che senza quella problematica forse non avrebbero occasioni di confronto. Quando il ragazzo supera il suo problema, oppure, perché ormai adulto, esce dalla famiglia per formarsi un proprio nucleo, o si allontana da casa per un lungo periodo di lavoro, tra i genitori può calare il silenzio e forse l’incomunicabilità, poiché essi adesso non hanno più in comune l’obbiettivo di risolvere le difficoltà del figlio.

Dover fronteggiare insieme certe difficoltà aumenta la coesione tra le persone coinvolte nel processo. Quando il problema è risolto ci si può trovare davanti a un vuoto psicologico che spesso è riempito con una nuova preoccupazione o un nuovo impegno.

In una famiglia i genitori si lamentano del cattivo profitto negli studi del figlio, che anziché studiare preferisce passare i pomeriggi ad ascoltare la musica dei suoi cantanti preferiti.

“E così pensi di essere promosso?” chiede la madre al ragazzo.

“E’ sempre il solito incapace”, rincara la dose il padre.

Lo studente lascia dire e persevera nelle sue abitudini.

“Il guaio è che i giovani di oggi hanno la vita troppo facile” commenta il marito rivolgendosi alla moglie.

“Forse dovremmo fargli prendere delle lezioni private” aggiunge la madre. E la discussione prosegue su un copione che più o meno possiamo immaginare.

Le dinamiche psicologiche dell’adolescente a un certo momento mutano e il giovane “mette la testa a posto”, come in genere si dice in queste occasioni.

Padre e madre sono felici. Tuttavia a questa raggiunta serenità, stranamente, segue il vuoto.

Questi genitori hanno organizzato la loro vita in funzione di quella del figlio e delle sue difficoltà: svanite queste, è svanita, probabilmente, anche la funzione di coesione della coppia che il giovane rappresentava.

Nella famiglia di cui ci siamo occupati, il figlio era diventato il capro espiatorio, il contenitore ecologico delle tensioni dei genitori.

Ovviamente non tutti i genitori che si preoccupano dei risultati scolastici dei loro figli si servono di questi ultimi come punto di equilibrio della solidità della coppia. La dinamica del capro espiatorio è qualcosa di complesso che va esaminato con attenzione evitando analisi superficiali e grossolane.

A lavoro

Anche nei gruppi di lavoro il capro espiatorio assolve alla funzione di “contenitore ecologico” delle tensioni. I conflitti latenti all’interno di un gruppo possono essere allontanati grazie al capro espiatorio. Se questo accade, il gruppo, che fonda la propria coesione su un elemento esterno, il capro espiatorio appunto, ne diventa dipendente ed è, per così dire, costretto a mantenerlo per la sua economia.

In pratica, una volta che il capro espiatorio è stato designato, i componenti del gruppo metteranno in atto una serie di comportamenti contro di lui, e continueranno a mantenerli perché è utile e vitale per la loro unità.

Possiamo riconoscere due modalità differenti di creazione del capro espiatorio:

  • Capro espiatorio interno al gruppo;
  • Capro espiatorio esterno al gruppo oppure nemico esterno.

Capro espiatorio interno al gruppo. Nelle dinamiche “patologiche” che rovinano l’armonia del gruppo e lo inducono a designare un capro espiatorio, si possono identificare tre fasi: riconoscerle può rivelarsi molto utile.

Prima fase: nel gruppo nascono le prime tensioni, tuttavia il senso di unità resiste finché le forme di aggressività e di attrito tra i membri non vengono manifestate.

Seconda fase: comincia a crearsi una sorta di frattura invisibile e impalpabile. Le tensioni cominciano a non essere più governate, le prime forme di aggressività cominciano a manifestarsi.

La manifestazione dell’aggressività è convogliata su una sola persona, che viene demonizzata e sulla quale vengono fatte ricadere tutte le responsabilità.

Terza fase: la vittima, il capro espiatorio, è stata designata; adesso al malcapitato non restano che due alternative.

La prima è prendere coscienza di quanto si è realizzato, suo malgrado, e rifiutare, quindi, il tipo di relazione a cui è stato sottoposto. Tutto ciò comporta come conseguenza l’espulsione di fatto dal gruppo.

Il gruppo, una volta espulsa la vittima, entra in crisi perché non ha più l’elemento di coesione che lo univa. Sorge la necessità di creare un nuovo capro espiatorio.

L’altra possibilità per la vittima è di accettare le regole del gioco che sono state imposte senza il suo consenso o la sua consapevolezza. Il gruppo è salvo: si guarda bene dall’espellere il poveretto che è diventato un prezioso meccanismo di regolazione delle tensioni presenti. Ma se il gruppo ha trovato l’equilibrio, cosa dire del capro espiatorio?

Questa soluzione è di fatto patologica perché se l’equilibrio c’è è comunque precario. Il leader precostituito deve ristabilire un’armonia più “sana” ed “ecologica”, proponendo soluzioni che tengano conto dei bisogni e dei valori dei componenti del sistema-gruppo, con gli strumenti di buona comunicazione.

Capro espiatorio esterno al gruppo o nemico esterno.

Nella dinamica appena esaminata, il capro espiatorio era un individuo che per una ragione o per l’altra veniva designato a raccogliere come un parafulmine le tensioni del gruppo, ma era pur sempre riconosciuto parte del gruppo.

Nella dinamica del capro espiatorio esterno al gruppo, o nemico esterno, la persona designata è esterna al gruppo stesso.

In questo caso può trattarsi o di un singolo elemento esterno o di un intero gruppo.

Nell’agonismo sportivo ad esempio, il capro espiatorio è spesso un gruppo identificato nella squadra rivale.

Mancano pochi istanti all’inizio della partita.

Il presidente della squadra di calcio ai giocatori:

“Quei rammolliti non ci fanno paura, noi siamo più forti. Nel girone di andata ci hanno umiliato, ma adesso è arrivata l’ora della rivincita”.

Il nemico, la squadra rivale, è esterno, è qualcosa di alieno che bisogna battere. Il nemico ha umiliato un terzino che si è fatto dribblare, ma tutta la squadra.

L’umiliazione è una minaccia inaccettabile che offende l’amor proprio di tutti, quindi tutti devono difendersi stringendosi in una coalizione emotiva che difenda la dignità del gruppo e salvaguardi quella del singolo. Il problema del gruppo è il problema del singolo e viceversa.

Nell’ambito della realtà lavorativa accade qualcosa di simile. Se la concorrenza ha avuto più successo, l’orgoglio professionale è ferito, e già si immaginano i concorrenti ridere e farsi beffe. E’ necessario correre ai ripari, unendo le risorse e le capacità per recuperare la credibilità persa. Il gruppo si riconosce come unità avente in comune lo stesso obiettivo da raggiungere. Si scordano i vecchi dissapori e nasce una nuova solidarietà, una nuova forza produttiva.

Il nemico esterno, la concorrenza, è un collante emotivo di grande efficacia per creare spirito di gruppo e motivare il raggiungimento del risultato.

Qualsiasi dissenso interno viene attributivo al capro espiatorio esterno, se qualcosa non funziona non è per colpa del gruppo, che si sente unito, ma del nemico esterno che crea ostacoli e difficoltà, magari lavorando con scarsa etica professionale.

Nel gruppo non esistono esitazioni, più la “lotta” si fa dura, più ci sente forti ed uniti. La coesione è perfetta, l’intesa e la comunicazione sono ottimali.

Sul breve termine questa dinamica è sicuramente produttiva. Con tanta motivazione e tanta energia investita si ha la meglio e vince. Ma poi…

Una volta raggiunta la vittoria e sconfitto il nemico, si perde il punto di unione e di rifermento collettivo. Goduti i meritati trionfi, e scambiatisi reciprocamente i complimenti, bisogna riorganizzare le forze e le risorse.

A questo punto o si trova un altro nemico esterno o l’aggressività si ritorce ancora sul gruppo e porta alla formazione del capro espiatorio interno. Una volta di più ci rendiamo conto di come sia precaria la gestione di un insieme di persone che si basa e fa leva sulla dinamica del capro espiatorio e come la dipendenza da questo meccanismo sia poco auspicabile.

Le “patologie” che minano le relazioni all’interno dei gruppi non si esauriscono ovviamente alle triangolazioni e alla formazione del capro espiatorio interno o esterno, ma conoscere e padroneggiare sapientemente queste due è un valido aiuto per chi si trova a gestire degli insiemi-sistemi di persone.